L’Incendio alla Futura srl di Montebello, il traffico di rifiuti al Nord e il virus chiamato capitalismo

Giovedì 02 Aprile, siamo nel pieno del lockdown imposto dal governo per fronteggiare l’emergenza del “coronavirus”. Nonostante i divieti sono molte le fabbriche che lavorano ancora avendo fatto ricorso alla deroga prefettizia. Attorno alle ore 19.30 in via Lungochiampo, nella zona industriale di Montorso Vicentino (VI), scoppia un terribile incendio; la colonna di fumo sprigionata dal rogo è visibile a chilometri di distanza.

A bruciare è una parte dello stabilimento della Futura srl, azienda vicentina che si occupa di trattamento e smaltimento rifiuti. Il nome dell’azienda non è nuovo alle cronache. Infatti, nel 2015, la vecchia proprietà della Futura srl viene coinvolta nell’inchiesta sulla multiutility veneziana Veritas, riguardante un giro di tangenti attorno agli appalti per il trattamento dei rifiuti del capoluogo veneto. Pochi anni dopo, nel 2018, il nome del vecchio proprietario e fondatore della Futura srl: Denis Baldan, compare in una nuova inchiesta per traffico illecito di rifiuti aggravato dal metodo mafioso, che scoperchia la rete del faccendiere Carlo Savoia, imprenditore campano vicino al clan dei Casalesi.

In seguito a questi torbidi trascorsi, il 31 maggio dello scorso anno la Futura srl viene rilevata da Clemente Meoli, imprenditore di origini bergamasche che conclude l’affare acquistando le quote di maggioranza (20 quote da 1000 franchi svizzeri) della Ceramari s.a.g.l., società di diritto svizzera ufficialmente attiva nel commercio di abbigliamento, la cui attuale sede legale coincide con l’indirizzo di una nota società di consulenza fiscale di Lugano, presso la quale sono registrate altre 26 società attive.

Stando a quanto riferito dallo stesso Meoli durante un’intervista ad un quotidiano locale, la partenza con la nuova attività è stata tutta in salita a causa delle inchieste pendenti sulla vecchia dirigenza aziendale, che avrebbero precluso qualsiasi accesso al credito bancario. Inchieste di cui lo stesso Meoli si dice all’oscuro al momento dell’acquisto, tanto che gli è toccato contribuire di tasca propria all’aumento di capitale del gruppo Futura, con un investimento di ben 3 milioni di euro.

Un sacrificio che però sembra aver dato i suoi frutti visto che Futura chiude il 2019 con 19 milioni di fatturato. Un obbiettivo raggiunto anche grazie al team messo su da Clemente, che alla veneranda età di 74 anni ha coinvolto nell’attività anche il fratello Claudio ed il giovane figlio Matteo. Quest’ultimo, a dispetto dell’età, sembra già essere un amministratore piuttosto navigato. Ad una rapida ricerca sul web, il nome Matteo Meoli compare connesso a diverse aziende attive nel settore immobiliare, alcune delle quali in qualche modo legate a personaggi della malavita calabrese. In tutti i casi risulta difficile asserire con certezza che si stia parlando del delfino del facoltoso imprenditore bergamasco piuttosto che di semplici casi di omonimia. Rimane comunque il fatto che questa serie di passaggi di mano, di cospicue ricapitalizzazioni per aziende acquisite a costi irrisori e di “assonanze” più o meno fortuite, gettano qualche ombra sull’azienda di Montorso, in particolare dopo l’incendio della scorsa settimana.

Il disastroso incendio sembra riproporre un copione fin troppo frequente nel settore dei rifiuti in Veneto. Purtroppo gli esempi non mancano: risale al 16 marzo scorso l’incendio di un altro stabilimento per il trattamento di rifiuti a Belfiore, nel veronese, mentre nel novembre dello scorso anno, veniva sequestrato a Fossalta (VE), un capannone pieno di rifiuti con inneschi fatti di sacchi di pallets e benzina, già pronti per far divampare le fiamme. La casistica dei roghi di rifiuti in Veneto non lascia dubbi: dal 2008 ad oggi, si contano ben 47 incendi con un’impennata a partire dal 2015. Dati preoccupanti che evidenziano l’importanza assunta dal fenomeno del traffico e dello smaltimento illecito di rifiuti nella nostra regione ma che chiamano in causa anche un fattore strutturale dell’intero comparto produttivo e industriale.

Qualsiasi sia il settore, l’attuale sistema produttivo non può esimersi dal produrre scorie e nocività in quantità equiparabili o maggiori alle merci, né di sfruttare fattori ambientali come il suolo, l’aria o l’acqua, all’interno dei cicli produttivi, determinandone il depauperamento. Allo stato attuale le capacità produttive hanno raggiunto livelli tali da saturare non solo i mercati ma anche i luoghi destinati allo stoccaggio delle nocività. Per questo i rifiuti stessi oggi divengono merci, trattati in appositi cicli produttivi con tecnologie sviluppate ad hoc; il progetto del gassificatore dei fanghi conciari del distretto di Arzignano ne è un esempio. Da qui le fortune del commercio e dello smaltimento illecito dei rifiuti.

Non solo, eventi catastrofici come incendi o fuoriuscite di materiali tossici sono tranquillamente messi in conto trai rischi del ciclo di lavorazione di molte aziende, come quelle del comparto chimico-conciario attive nell’ovest-vicentino. È esemplare in questo senso il caso della Isello Vernici di Brendola, completamente bruciata nel terribile incendio del luglio scorso. In quel caso per giorni, la popolazione residente tra Brendola e Vicenza è stata invitata a rimanere chiusa in casa e gli eventi all’aperto nell’area interessata dalla nube sprigionata dal rogo sono stati annullati, dandoci un piccolissimo assaggio di quanto sarebbe poi accaduto con l’odierna quarantena di massa. Ma gli esempi in tal senso si sprecano: dalla contaminazione delle falde acquifere da Pfas causata dalla Miteni di Trissino, agli sversamenti della Tricom Galvanica di Tezze sul Brenta, emergono sempre più plateali e stridenti le contraddizioni tra il sistema produttivo attuale e la salute umana e dell’ecosistema, inteso come l’insieme degli organismi viventi e dell’ambiente che li ospita. Questo sistema produttivo macina profitti per pochi, sfruttando e avvelenando non solo operai e lavoratori impiegati nei settori o nelle mansioni più nocive, ma interi territori e popolazioni.

Oggi, con l’incombere di una nuova crisi economica dovuta all’imperversare dell’epidemia, è più che mai indispensabile una presa di coscienza collettiva affinché gli effetti della recessione non vengano scaricati interamente su di noi, erodendo ulteriormente garanzie e salari ed aumentando lo sfruttamento del lavoro e dei fattori ambientali (per rilanciare il settore delle costruzioni il governo ha già commissariato 25 grandi opere pubbliche). È il momento di prendere coscienza del fatto che i profitti di lor signori vengono realizzati sulla pelle e sulla salute di tutti, nessuno escluso. È tempo di rovesciare i rapporti di potere che innervano questo sistema produttivo insostenibile e fallimentare, mettendo la salute e la vita, prima del profitto.

Pandemia: spunti di riflessione per non farsi contagiare dal marasma virale

Il testo che segue si propone di riflettere a partire da alcune questioni che in apparenza potrebbero risultare slegate le une dalle altre, ma se considerate nel loro insieme fanno emergere una lettura generale dei fatti che stanno gioco forza turbando la quotidianità di ogni individuo. L’intento di questo scritto non si propone nulla se non esprimere un punto di vista critico e di parte sulla situazione eccezionale che ci troviamo a vivere. Lo spirito che ha messo in moto tali riflessioni è dettato dal rifiuto di rimanere fermi dinanzi al precipitare degli eventi. Nell’epoca della comunicazione globale, dove informazione e disinformazione viaggiano alla velocità della luce, ci sembra opportuno dire la nostra nel tentativo di spostare anche solo di un centimetro l’asse del dibattito e portarlo su problemi concreti di importanza collettiva, attorno ai quali una presa di posizione ci sembra più che necessaria. Per prima cosa, ci preme prendere le distanze dalla patetica retorica nazionale che ci vorrebbe compatti di fronte alla gravità dei fatti cui stiamo assistendo: #iorestoacasa piuttosto che #cambiastiledivita sono a tutti gli effetti slogan ipocriti e privi di coerenza. La realtà è che non siamo tutti uniti “sulla stessa barca”, ciò che dimostra la pandemia in corso è il carattere classista con cui lo Stato sta gestendo l’emergenza. Il coronavirus mostra all’ennesima potenza quanto sia marcio l’attuale sistema sociale, facendone venire a galla le disuguaglianze, le ingiustizie e le contraddizioni che inevitabilmente regolano la società capitalista. L’unica cosa da salvaguardare sono gli interessi dei ricchi a discapito della maggioranza sempre più stretta dal giogo dello sfruttamento sia esso sul posto di lavoro, nelle patrie galere e in ogni contesto distrutto da anni eanni di scelte sottomesse alle logiche del dio denaro.
L’unica sicurezza è la libertà
Le misure preventive al “coronavirus” disposte all’interno delle carceri italiane hanno suscitato rivolte, evasioni, decine di persone sono salite sui tetti per rivendicare il rispetto di diritti basilari, mentre numerose sono state le mobilitazioni di cui si sono fatti portavoce direttamente i prigionieri. Il bilancio di due giorni di lotta è di 12 vittime, morti avvenute in circostanze per così dire poco chiare. Nella maggior parte dei casi si parla di decessi per “overdose” da farmaci e metadone, la verità è che non è dato sapere come siano realmente andate le cose. A far scoppiare le mobilitazioni in più di 30 carceri da Nord a Sud Italia è stata l’applicazione di provvedimenti restrittivi, che impongo il blocco totale dei colloqui con familiari e la sospensione delle misure alternative al carcere per coloro che ne usufruiscono. Queste decisioni calate dall’alto delle istituzioni sono servite a far montare la rivolta dei prigionieri. Il contesto in cui si sono sviluppate le mobilitazioni è, però, ben più complesso e soltanto chi conosce la realtà del carcere può comprendere di cosa stiamo parlando: sovraffollamento, cibo scarso e di pessima qualità, strutture fatiscenti, acqua fredda e assenza di riscaldamento, ogni richiesta sottoposta al SI oppure al NO dell’amministrazionepenitenziaria. Sono soltanto alcuni esempi di cosa significhi vivere privati della libertà e di conseguenza impossibilitati ad elaborare razionalmente le notizie che circolano (filtrate) dall’esterno delle mura. Nei fatti con questi divieti emergenziali è stato negato all’intera popolazione carceraria l’unico possibile appiglio con il mondo esterno, senza minimamente immaginare che quellospira glio di libertà “in differita” fosse un elemento indispensabile per la sopravvivenza di quest’umanità sommersa. La soluzione più logica e ragionevole sarebbe stata quella di liberare le persone recluse e quindi consentire la sicurezza collettiva. La verità è che si è preferito assecondare una strage di Stato, massacro ancora latente e tutt’altro che concluso dato che migliaia di detenuti sitrovano al momento stipati in celle sovraffollate, senza alcun dispositivo di protezione e con ilrischio effettivo di contrarre il virus in circolazione.
La sicurezza prima del profitto
Altro fronte rovente è quello dei posti di lavoro, esonerati da misure di sicurezza coerenti e obbligatorie fino al 14 marzo, data in cui il governo, di concerto con le parti sociali, ha varato un protocollo condiviso di linee guida rivolte alle imprese per evitare contagi. Protocollo che mira comunque a salvaguardare la produzione e a contenere le mobilitazioni esplose all’interno delle fabbriche di tutta la penisola, dopo che il governo ha emanato il 7 e l’11 marzo pesantissime restrizioni alle libertà di movimento ed aggregazione pur assicurando la continuità produttiva su esplicito dictat di Confindustria. In questo contesto di disorientamento e malessere generalizzato, i lavoratori stanno incrociando le braccia con scioperi spontanei, blocchi e sabotaggi. Ciò avviene nonostante i tentativi dei sindacati confederali di placare gli animi ed evitare la chiusura totale degli impianti, siano essi legati alla produzione piuttosto che distribuzione di merci. Appare chiaro ancora una volta che gli utili dei padroni valgono più della vita di chi lavora. Uscendo per un attimo dal caso specifico e analizzando la situazione a livello complessivo, basta leggere le statistiche ufficiali dell’Inail secondo cui ogni giorno si contano 3 morti sul lavoro e si registra un aumento delle denunce di malattia professionale. Come al solito operai e lavoratori sono carne da macello, forza lavoro da spremere a servizio degli interessi padronali. In ragione di ciò ha ancora senso il motto #siamosullastessabarca o è pura ipocrisia? La risposta ci appare molto semplice, ma a questo punto lasciamo parlare i fatti: è dell’ultim’ora la comunicazione che allo stabilimento F.I.S. di Montecchio Maggiore (VI), industria chimico-farmaceutica, sono stati individuati 2 casi certi di coronavirus trai lavoratori. Nonostante ciò la RSU aziendale denuncia una plateale inadeguatezza delle contromisure dell’azienda per salvaguardare la salute degli altri lavoratori, tanto da dichiarare lo sciopero di 16 ore per lunedì 16 marzo.
Non c’è obbligo di sicurezza per i “difensori” dell’Europa
La mastodontica esercitazione NATO “Defender Europe 2020” non si è fatta scoraggiare nemmeno di fronte alla pandemia del Covid-19. Nelle scorse settimane sono arrivati in Europa migliaia disoldati americani via nave o a bordo di aerei cargo, mentre in alcuni porti in Germania, Olanda e Belgio si è assistito allo sbarco di centinaia di mezzi pesanti provenienti dagli U.S.A. Le unità di militari statunitensi dispiegate sono 20.000, alle quali se ne aggiungono altre 10.000 dalle basi a stelle e strisce dislocate in Europa. 7.000 militari sono, infine, quelli inviati dai paesi Nato. Per quanto riguarda l’Italia, avrebbero dovuto prender parte all’esercitazione i parà della Folgore. Soltanto pochi giorni fa è arrivata comunicazione che l’Italia non parteciperà alla maxi-esercitazione, costretta a scendere dal carrozzone per non far correre ulteriori rischi ai parà impegnati. Ciononostante la macchina organizzativa dell’apparato bellico è tutt’altro che in stato di quiete e fervono i preparativi in vista dei mesi di aprile e maggio, periodo in cui Germania, Polonia e Repubblica Ceca ospiteranno le fasi cruciali di questa imponente operazione militare. Finché scriviamo giunge la notizia (non da ritenersi una vittoria!) che la più grande esercitazione dalla fine della guerra fredda ad oggi sarà soggetta a ridimensionamenti, in seguito ai campanelli d’allarme scattati per l’emergenza sanitaria. Non significa che l’addestramento verrà annullato, ma siparla semplicemente di rimodulare il numero di militari negli spostamenti da un continente all’altro. Nonostante questo, sono svariati gli episodi apparentemente irrisori che testimoniano movimenti di uomini e mezzi anche in Italia, nonostante i veti dell’emergenza. Proprio pochi giorni fa sono stativisti sfilare decine di mezzi militari nel quartiere di Veronella (VR), tanto che gli abitanti della città scaligera, preoccupati, hanno subito pensato al complotto. Niente da fare: si trattava di mezzi mobilitati proprio a servizio di “Defender Europe 2020”!! Infatti, al di là del ridimensionamento delle manovre, questa ennesima colossale esercitazione transnazionale, ha l’obiettivo dichiarato di testare lo stato della mobilità militare all’interno dei paesi dell’Unione. Nel 2018 la Commissione Europea ha stanziato la bellezza di 30 miliardi di euro per adeguare la rete delle infrastrutture civili come strade, ferrovie, ecc. agli standard di circolazione militari, che richiedono una maggiore portata di peso e resistenza per consentire il transito di carrarmati e mezzi blindati ad esempio. Perciò mentre gli stati europei blindano confini e spostamenti per fronteggiare l’epidemia, nei prossimi mesi potremo vedere colonne di mezzi militari circolare indisturbate per mezza Europa con il rischio effettivo di diffondere il contagio. Infatti, il 10 marzo, sul sito web US Army Europe, si ufficializzava la notizia che il comandante delle forze armate statunitensi stanziate in Europa, il generale Christopher G. Cavoli, assieme ad alcuni membri del suo staff, è risultato positivo al tampone del COVID-19.
Il sistema sanitario sull’orlo del collasso: tra tagli e privatizzazioni
Qualche cifra aiuta a comprendere lo stato in cui versano i servizi sanitari pubblici, al punto tale che anche una regione “ricca” come il Veneto sta manifestando tutta la sua fragilità. Per arrivare a questo punto ci sono voluti decenni di politiche distruttive fatte di privatizzazioni, chiusure di ospedali, diminuzione dei posti letto, privilegio delle prestazioni private al posto di quelle pubbliche, esternalizzazione dei servizi (vedi mense e cucine) e accorpamento dei laboratori analisi. In Veneto il grande progetto di riorganizzazione della sanità pubblica di cui è artefice il leghista Luca Zaia si chiama “Azienda Zero”, a riprova del fatto che la salute delle persone è mera questione economica e in quanto tale deve essere trattata in termini aziendali. A livello nazionale, negli ultimi 10 anni, sono passati in sordina tagli per 37 miliardi di euro alla sanità pubblica e con essi la perditadi oltre 70.000 posti letto, 359 reparti chiusi, senza contare le strutture ospedaliere territoriali chiuse per essere lasciate in stato di abbandono. Tutto questo ha pesanti ripercussioni sulla salute pubblica a prescindere dall’epidemia in corso. Se caliamo questi dati nella concretezza del contesto in cuiviviamo, la situazione appare drammatica. Ogni anno sono decine di migliaia i decessi provocati da patologie legate all’inquinamento atmosferico. Una vera e propria piaga che pesa fortemente sulla sanità pubblica assorbendo una quantità di risorse stimabili attorno ai 20 milioni di euro l’anno. Il Veneto poi, sta facendo scuola per quanto riguarda gli effetti delle sostanze perfluoroalchiliche (PFAS), sull’organismo umano. Sono centinaia di migliaia le persone che risultano avere elevate concentrazioni di questi composti nel sangue e che soffrono di una vasta gamma di patologie legate a questo tipo di sostanze. Questa situazione già critica è ulteriormente aggravata dalla nuova epidemia in corso ed è il frutto avvelenato dell’attuale sistema produttivo il quale può disporre a piacimento dei fattori ambientali come suolo, aria ed acqua che vengono sfruttati e deteriorati all’interno dei processi produttivi con ripercussioni pesantissime sulla vita umana e non solo.
Limitare i costi, assicurare i profitti

Mentre scriviamo si attende l’uscita della prossima manovra del governo a sostegno dell’economia, prevista entro il 16 marzo. Si parla di misure di carattere fiscale e contributivo come la sospensione del pagamento di oneri e scadenze, oltre che della messa a disposizione di differenti tipologie di ammortizzatori sociali in sostegno di malati, famiglie e aziende. Dalle indiscrezioni trapelate e in base alla linea fin qui seguita dal governo possiamo avanzare delle prime generiche considerazioni. Appare infatti chiaro che il rallentamento e la chiusura di parecchi settori, in primis quello turistico-alberghiero e della ristorazione e dell’intrattenimento, stanno facendo perdere migliaia di posti dilavoro. Parliamo del lavoro intermittente, precario e poco garantito, oltre che delle partite ivaindividuali e simili. Mentre l’epidemia miete posti di lavoro si da la possibilità alle aziende di esternalizzare i costi della forza lavoro inquadrata con contratti più solidi attraverso il ricorso alla cassa integrazione ed a tutti quegli ammortizzatori sociali pagati con soldi pubblici e quindi, ancora una volta, con le tasse dei lavoratori. Contemporaneamente si prevede di equiparare la quarantena alla malattia con oneri direttamente a carico dello stato piuttosto che di Inps ed aziende. Al solito i contraccolpi di questa ennesima emergenza si ripercuotono soprattutto sulle fasce più deboli e sfruttate del mondo del lavoro, mentre i costi della parte datoriale vengono per lo più scaricati sulla collettività. Oltre a ciò, per rilanciare l’economia del paese ed in particolare il settore delle costruzioni, il Ministero delle Infrastrutture e Trasporti sta pianificando il commissariamento 25 grandi opere strategiche in modo da snellire le “lungaggini burocratiche” come le verifiche ambientali ecc. e procedere a spron battuto con i cantieri, per il maggior profitto delle lobby del cemento e delmattone.

Note conclusive
Tracciare una linea e mettere in fila differenti punti di vista fa emergere un quadro scomposto, ma i cui elementi non sono slegati tra loro. La crisi che stiamo osservando in questi giorni è complessiva e coinvolge differenti settori, per alcuni dei quali le mobilitazioni in corso stanno aprendo nuovi scenari in termini di rivendicazioni e necessità di conquistare qualche piccolo spazio vitale. Siamo consapevoli di essere di fronte a un passaggio epocale, che porterà dei cambiamenti nel nostro modo di stare al mondo e concepirne il funzionamento. A fronte della cancellazione repentina di alcune delle libertà individuali e collettive che davamo per scontate, come la libera mobilità e la libera aggregazione, si è assistito ad altrettanto repentine reazioni da parte delle fasce sociali più vulnerabili ed esposte ai pericoli ed ai contraccolpi dell’epidemia come i detenuti ed i lavoratori salariati. Nel mezzo del marasma virale, tentare un’analisi embrionale di ciò che si prospetta dinnanzi a noi può essere utile per osservare il processo che, seppur lentamente, dimostra che è in corso un movimento. Verso dove si stia andando è ancora presto per poterlo giudicare, ciò non toglie che già si percepiscano delle possibilità di emancipazione, ma anche dei paurosi arretramenti delle libertà e dei diritti di ognuno. Il verso che prenderanno gli eventi in futuro, dipenderà per molti aspetti dalla nostra capacità di interpretare ciò che accade oggi attorno a noi e di schierarci.

CI VOGLIONO SERVI, ISOLATI ED IMPAURITI!

RIFIUTIAMO IL COPRIFUOCO!

SCIOPERIAMO E SABOTIAMO LA PRODUZIONE!

DISTRUGGIAMO OGNI GABBIA!

Marzo 2020,da qualche parte nel Nord est

LA GUERRA PARTE DA QUI! Bollettino di febbraio: Cosa succede in città e nel mondo

Lo scacchiere globale: si alza la tensione in Medio-Oriente

Il nuovo decennio si è aperto all’insegna della guerra tra potenze globali con l’omicidio del generale iraniano Souleimani da parte degli USA. La notizia è stata seguita con concitazione in tutto il mondo mentre pareva prepararsi l’ennesimo sanguinoso conflitto in Medio Oriente. Ma se non si è giunti ad una vera e propria escalation non è certo calata la tensione tra USA ed Iran e le potenze che sostengono le due opposte fazioni. Infatti, a seguito di una prima ritorsione iraniana quasi simbolica, con il bombardamento di alcune basi americane in Iraq, il 27 gennaio è stato abbattuto un jet CIA dai Talebani sopra una regione dell’Afghanistan ancora nelle mani dei guerriglieri. Nello schianto avrebbero perso la vita diversi alti funzionari del contro-spionaggio e dell’intelligence americana tra cui il famigerato Mike D’Andrea, il responsabile delle operazioni che avrebbero portato all’uccisione di Souleimani. Non è noto come sia stato possibile per i talebani abbattere la base mobile della CIA con le scarse tecnologie in loro possesso e c’è a chi pensa ad un intervento dei pasdaran iraniani o addirittura della Russia. Nonostante questo, in Afghanistan starebbero ormai giungendo al termine i negoziati tra USA e Talebani, con i quali si attende la firma di una tregua ufficiale a Dhoa, in Qatar, entro febbraio, cui dovrebbe seguire la smobilitazione graduale da parte delle forze alleate ivi impegnate.

Invece, da inizio anno si sono già registrati due raid israeliani contro postazioni iraniane in Siria mentre la tensione tra forze siriane e turche aumenta attorno alla città di Idlib, dove si è fermata l’avanzata turca in seguito all’offensiva scatenata da Erdogan nell’ottobre dello scorso anno con l’operazione “Primavera di Pace”, contro il confederalismo curdo.

Infine, per tornare in Iraq, il 14 febbraio scorso l’ambasciata americana di Bagdad èstata bersagliata da lancio di missili che non hanno comunque causato vittime o danni.

L’Accordo del secolo per la Palestina

Di fronte alla crescente difficoltà degli USA nello scacchiere mediorientale, Trump sta cercando di rinsaldare le fila degli alleati nell’area. Il principale alleato USA in Medio-Oriente è da sempre Israele che in questo periodo sconta una certa instabilità politica; gli israeliani dovranno tornare alle urnea marzo 2020; è la terza volta in appena un anno. Per venire in contro all’amico Netanyahu, il 28 gennaio scorso Trump ha sottoposto all’attenzione di israeliani e palestinesi il suo “century deal” che, contrariamente agli accordi di Oslo, riconosce l’annessione ad Israele dei territori occupati dopo il 1967, inclusi molti insediamenti e la Valle del Giordano, riconosce Gerusalemme come capitale dello stato ebraico, mentre ai palestinesi promette lo stanziamento (non sia sa da parte di chi) di 50 miliardi di dollari in 10 anni ed il riconoscimento di uno staterello fantoccio in Cisgiordania dotato di polizia ma non di esercito, alla difesa dei confini ci penserà Israele. Una proposta inaccettabile per i palestinesi che dal 30 marzo 2018 (70° anniversario della Nakba, la “Catastrofe” del 1948, anno in cui sorgeva lo stato di Israele dando inizio all’esodo dei palestinesi) sono mobilitati nella “Marcia del ritorno”, con la quale rivendicano il proprio diritto a ritornare nelle terre occupate da Israele.Trump ha dato alle due parti sei settimane di tempo per presentare osservazioni ma ha anche fatto intendere che se i palestinesi si fossero ritirati dalle trattative avrebbe accettato qualsiasi risoluzione unilaterale da parte di Israele.

Cosa succede in città:

Caserma dei Carabinieri Chinotto di Vicenza

Presso la caserma dei carabinieri Chinotto, di Vicenza, hanno sede fin dal 2005 diverse agenzie di polizia internazionali: il Centro di Eccellenza per le Unità di Polizia di Stabilità dell’Arma dei Carabinieri (Coespu), il Centro di Eccellenza per le Unità di Polizia di Stabilità della NATO (NATO SP Coe), la Gendarmeria Europea (Eurogendfor). La funzione principale di queste agenzie è quella di intervenire nei teatri di crisi post-bellica per ricostituire l’ordine pubblico e contribuire alla normalizzazione del contesto di crisi. Una delle principali mission di queste agenzie è la formazione dei corpi militari e di polizia da impiegare nei diversi teatri di guerra.

Il 10 febbraio presso il Coespu è iniziato il decimo corso di addestramento “Train the Trainers” rivolto a 30 militari delle “Palestinian Security Forces” che conseguiranno il titolo di addestratori provvedendo a trasferire ai propri colleghi le competenze acquisite durante il corso, una volta tornati in Palestina. Il training rientra in un progetto chiamato “MIADIT” (Missione Addestrativa Italiana) attivo in Palestina dal 2014. Questa operazione ha sede a Jericho (Cisgiordania) dove i Carabinieri italiani sono presenti come di addestratori delle Forze di Sicurezza palestinesi. L’intento dichiarato è istruire militari in grado di promuovere la “stabilizzazione” della Palestina. La missione “MIADIT” punta ad affinare pratiche di repressione: addestramento al tiro, apprendimento di tecniche di polizia,  di investigazione, gestione dell’ordine pubblico e protezione dei beni culturali. Ad essere addestrate alla “Chinotto” sono le Forze di Sicurezza del Ministero dell’Interno della Palestina. Si tratta della polizia palestinese “collaborazionista” che opera in Cisgiordania con le forze di occupazione israeliane. Il rapporto di collaborazione israelo-palestinese per la sicurezza risale agli accordi di Oslo II (1995) nei quali le forze dell’ordine israeliane e palestinesi si impegnarono a cooperare al fine di prevenire l’insorgere “del terrorismo e della violenza”.Questi accordi “farsa” hanno contribuito a criminalizzare e reprimere la Resistenza palestinese contro gli occupanti sionisti.

Caserma Ederle, Vicenza

Dal 2008, su decisione del governo Berlusconi, Vicenza è divenuta sede dell’Africa Command (Africom). L’Africom è stato istituito nel 2007 da Bush con quartier generale a Stoccarda e costituisce il comando supremo USA per le truppe di mare e di terra rivolto all’Africa. A questo organo è affidata la responsabilità delle operazioni militari americane nel continente africano. Dalla fine del 2009 Vicenza ospita il comando Africom delle forze terrestri, mentre a Napoli è stanziato il comando di quelle navali.

Dal 17 al 28 febbraio si terrà l’esercitazione Africom: Flintlock 2020,tra Mauritania e Senegal, nell’Africa centro occidentale. Si tratta di un’esercitazione militare annuale, organizzata dal comando Africom per il contrasto alle organizzazioni terroristiche ed il pattugliamento dei confini transnazionali nel Sahel. Alle manovre militari prenderanno parte 1600 uomini provenienti da oltre 30 differenti paesi: Benin, Burkina Faso, Cameroon, Ciad, Capo Verde, Costa D’Avorio, Ghana, Guinea, Mali, Mauritania, Marocco, Niger, Nigeria, Senegal, Togo; partecipano anche Austria, Belgio, Brasile, Canada, Repubblica Ceca, Francia, Germania, Italia, Giappone, Paesi Bassi, NorvegiaPolonia, Portogallo, Spagna, Inghilterra e Stati Uniti.

Un’esercitazione tutto sommato contenuta nei numeri ma non nella rappresentanza dei paesi partecipanti, che ben raffigura gli interessi internazionali nella regione. Infatti la presenza militare straniera nel Sahel è consistente ed è aumentata progressivamente negli ultimi anni. Nalla regione sono attive diverse missioni militari internazionali: la missione“Barkhane”dei francesi in Mali,iniziata il 1 agosto 2014, con contingente di 4500 uomini; la missione ONU “Minusma” dispiegata sempre in Mali fin dal 2013 con un contingente di 13000 uomini da 57 differenti paesi; la missione addestrativa europea “Eutm” rivolta alla formazione delle forze armate maliane e nigerine; la missione addestrativa italiana in Niger “Misin”, iniziata nel 2018.

La regione del Sahel è infatti ricchissima di materie prime e di metalli rari e preziosi, ma è anche flagellata da ricorrenti carestie dovute alla desertificazione, e da crisi sanitarie acuite dall’assenza pressoché totale dei governi locali in vaste regioni rurali. In questo contesto di povertà e miseria signori della guerra e capi tribali hanno tutta l’agibilità di cui abbisognano per imporre il loro dominio. Non è un caso che qui siano sorte negli ultimi anni numerose formazioni terroristiche di ispirazione jihadista tra cui “Al-Qaida nel Magreb islamico” e lo “Stato Islamico nel grande Sahara”. In un simile contesto di fragilità delle istituzioni locali, forti crisi umanitarie e sanguinosi conflitti, si prepara la prossima“guerra al terrorismo globale” che aprirà nuovi allettanti scenari per l’imperialismo occidentale e non solo, anche Russia e Cinasi stanno facendo largo nella competizione internazionale alla spartizione delle ricchezze d’Africa.

Nella lotta per la supremazia tra potenze globali, Vicenza e le strutture militari che si trovano in città hanno un ruolo di primo piano per la macchina bellica statunitense ed occidentale. Ciò che si muove in sordina, dietro le mura delle zone militari vicentine ha ripercussioni nei teatri di conflitto globali. Denunciare quanto accade in città è il nostro piccolo contributo per portare solidarietà ai popoli oppressi dall’imperialismo a stelle e strisce.

La guerra parte da qui. Blocchiamola!

 

LE INDUSTRIE DI ARMI DA GUERRA A HIT SHOW 020

La guerra parte da qui!

Fioccano su tutto il vicentino aziende che producono applicazioni destinate al settore militare. Un indotto che fattura ogni anno milioni di euro e vanta rapporti commerciali internazionali. Questa fitta rete di industrie va ben oltre i confini del Nord-est e riguarda tutte quelle fabbriche, da Nord a Sud della penisola, produttrici ed esportatrici di armi, munizioni, mezzi militari. Un giro di affari imponente e ramificato, che attraversa quotidianamente i principali poli commerciali del paese. Contro questo traffico di armi e mezzi di guerra si sono schierati i portuali genovesi. Nei mesi scorsi, il carico di armamenti di una nave diretta in Arabia Saudita, paese responsabile del massacro nello Yemen, è stato bloccato dalla mobilitazione dei lavoratori del porto. La protesta non si è esaurita al capoluogo ligure ed ha coinvolto varie città europee, che in questi giorni si trovano in stato d’allerta per gli arrivi previsti di nuove navi cariche di “morte”.

La guerra passa per Hit Show!

Tra le aziende protagoniste di Hit Show 2020 spiccano la Fiocchi Munizioni di Lecco e la Beretta, storica fabbrica d’armi di Brescia. Il caso della Fiocchi risulta emblematico, perché, oltre le apparenze, si scoprono fitti legami con il mondo della guerra. Anche se la narrazione ufficiale parla della Fiocchi come ditta leader nella fornitura di proiettili per caccia e tiro sportivo, il 70 % della sua produzione è a fini militari. Nel 2017, si è classificata al 5° posto tra le aziende esportatrici di armi con ricavi che si aggiravano attorno ai 180 milioni di euro, dopo due colossi come Leonardo e Finmeccanica. Nel catalogo militare Fiocchi 2020, si legge che la fabbrica fornisce 36 tra enti militari e polizie sparsi su 24 differenti paesi, mentre i prodotti venduti in tutto il mondo hanno certificazioni rilasciate dalla NATO. Oltre all’ambito della sicurezza pubblica, la fabbrica di Lecco è specializzata nella fornitura di proiettili rivolti alla difesa privata: principali acquirenti della Fiocchi sono gli U.S.A., che da 35 anni rappresentano il mercato più importante (nel solo 2017 ha inciso su più del 50% dei ricavi). E’ significativo il fatto che siano proprio gli States i maggiori fruitori del mercato “civile”: in un paese dove la detenzione e la commercializzazione di armi sono super-liberalizzate, non c’è da stupirsi che dilaghi la violenza con stragi ricorrenti e sparatorie nelle scuole, nei supermercati e nelle strade.

Sicurezza a mano armata

Il legame tra sicurezza pubblica e privata apre inevitabilmente a una riflessione sul binomio “civile e militare”, due aspetti che oggi sono sempre più intrecciati. Succede così che una manifestazione come H.I.T. Show rappresenti una pubblica vetrina per sdoganare le armi da fuoco come oggetti di consumo di massa, utili per praticare “sport”, piuttosto che per difendere il proprio cortile di casa in quest’epoca di paranoia securitaria. In questo modo, mentre assistiamo alla progressiva militarizzazione delle città e della nostra vita quotidiana, soggetta a sempre maggiori leggi, regolamenti, decreti liberticidi che disseminano le strade di zone rosse, telecamere, pattuglie di esercito e polizia, aumenta la richiesta di armi da parte di un vero e proprio esercito di gente comune insicura e disorientata dai cambiamenti dovuti a globalizzazione e crisi economica. Una situazione propizia per le lobbies di armieri che, ogni anno alla Fiera di Vicenza, reclamano maggiori spazi e tutele, corteggiati dai politicanti di turno a caccia di voti. È risaputo che proprio a HIT Show 2018 Salvini si sia impegnato con le associazioni di comparto per liberalizzare il mercato delle armi. Tant’è che nei successivi 14 mesi di governo giallo-verde sono state modificate la legge sulla detenzione di armi da fuoco e quella sulla legittima difesa, agevolando l’acquisto, la detenzione e l’utilizzo delle armi da parte dei privati.

La guerra comincia dal nostro cortile di casa e passa attraverso un evento come Hit Show. E’ qui che vengono spalancate le porte ad aziende del calibro di Fiocchi o Beretta, che con le loro armi fanno profitti sulla pelle dei popoli oltre che su quella degli animali. Rompere le trame oscure e le logiche che stanno alla base del mercato delle armi è un gesto necessario per combattere la guerra che si consuma lontano dai nostri occhi, ma anche quella stessa guerra che ogni giorno penetra sempre più nella cultura e nell’agire comuni, una guerra tra poveri che ha nella xenofobia e nel razzismo i suoi capisaldi e che pure produce miseria, assoggettamento e sfruttamento delle classi più deboli.

BOICOTTIAMO E SABOTIAMO LE FABBRICHE DI MORTE

 NO AL TRAFFICO DI ARMI – NO ALLA GUERRA – NO A HIT SHOW

 

Sullo “stato di allerta”, sulla guerra che parte dal nostro cortile di casa

Venti di guerra soffiano impetuosi a seguito dell’attacco americano del 3 gennaio 2020 all’aeroporto di Bagdad in cui hanno perso la vita una decina di persone tra cui Qasem Soleimani (generale iraniano a capo delle forze speciali “Quds”) e Abu Mahdi Al-Muhandhis (leader delle milizie filo-iraniane in Iraq). In seguito a questo atto di guerra, Trump ha innescato il dispositivo di “reazione rapida” per far fronte alle ritorsioni iraniane. Lo stato di allerta sta coinvolgendo le principali basi a stelle e strisce sul territorio italiano. In questi giorni il traffico aereo militare che solca i cieli sopra le nostre teste parte principalmente da Vicenza ed Aviano, passando per Camp Darby a Pisa, fino alla base di Sigonella in Sicilia e agli insediamenti militari in Sardegna. Oltre alle truppe statunitensi sono stati allertati anche i contingenti italiani schierati in Libano, Iraq, Afghanistan e Corno d’Africa.

La sola città di Vicenza ospita 2 siti militari americani: Camp Ederle e l’areoporto Del Din. Nei giorni scorsi, sono stati trasferiti da queste strutture tra i 150 e i 700 militari appartenenti alla 173° Brigata aviotrasportata dell’esercito americano per raggiungere la vicina base di Aviano (PN) ed imbarcarsi per il Medio Oriente. La 173° brigata aviotrasportata è un’unità d’assalto, definita “punta di lancia” delle missioni U.s.a. in Medioriente e non solo, protagonista delle guerre imperialiste che hanno caratterizzato gli ultimi 20 anni di storia. La destinazione dei parà della Ederle sarà con tutta probabilità l’ambasciata statunitense a Beirut, in Libano.

L’escalation di questi giorni tra Usa ed Iran, si inserisce in un contesto complessivo di instabilità economica, sociale e politica nell’intera regione. Dall’ottobre dello scorso anno, in Iraq, Medioriente e Nord Africa, infuria la protesta di una generazione di giovani arabi senza prospettive. Poveri, emarginati, privati dei servizi basilari, in migliaia si sono riversati nelle strade per contestare la corruzione dilagante e richiedere soluzioni al caro-vita, contro autoritarismo e politiche neo-liberiste. Una rivolta che in poco tempo ha raggiunto livelli di violenza altissimi, soprattutto in Iraq, portando il paese sull’orlo di una nuova guerra civile. Sono centinaia i manifestanti assassinati dalla polizia irachena affiancata dalle milizie filo-iraniane schierate con Theran, a sostegno del premier iracheno Adel Abdul Mahdi.

Il malcontento generalizzato si è riversato anche contro l’imperialismo occidentale: in particolare l’Iraq vive lo stato di occupazione militare dal 2003, anno in cui è stato invaso con la missione internazionale a guida U.s.a., alla quale l’Italia partecipa con un contingente di 900 soldati. Per reagire ai ripetuti attacchi rivolti alle truppe d’occupazione yankee, Trump ha autorizzato l’assassinio di Soleimani e della sua squadra, alzando la tensione con Teheran e nell’intera regione. L’Iran figura nel novero dei cosiddetti “stati canaglia”, invisi a Washington ed ai suoi alleati, Arabia Saudita ed Israele in primis. Assieme ad Iraq e Siria infatti, l’Iran è tra quelle nazioni islamiche di ispirazione sciita non allineate alle politiche economiche ed ai disegni di dominio occidentali nei “Balcani Euroasiatici”.

Di fronte al paventarsi di un nuovo conflitto, l’Italia si trova in prima linea con 113 basi militari americane sparse nel proprio territorio dotate delle più sofisticate e potenti tecnologie di morte, dagli ordigni atomici di Aviano e Ghedi, ai droni killer di Sigonella.

Lottare contro la guerra che viene oggi, in Medio Oriente, significa lottare contro l’occupazione militare americana della nostra terra, trasformata in avamposto dell’imperialismo a stelle e strisce in tutto il mondo. Lottare contro la guerra che viene, significa lottare al fianco dei giovani che chiedono libertà e giustizia sociale oggi, in Medio Oriente, affinché una nuova “Primavera Araba” non venga trascinata nel sangue dell’ennesima guerra imperialista.

No alla guerra tra Stati Uniti e Iran, no alla guerra imperialista.

Solidarietà alle rivolte in Medioriente e Nord Africa.

“On est là” Aperitivo e chiacchierata attorno al movimento dei Gilets Jaunes

Lunedì 23 dicembre – dalle ore 18.30 al circolo Mesa, via L. Da Vinci 50, Alte di Montecchio Magg. (VI).

Aperitivo, cibarie e chiacchierata a partire dall’opuscolo “On est là – Siamo qua”, Gilets Jaunes: il movimento tenace della Francia invisibile.
Ne parleremo con un compagno redattore.
Ad un anno dalla comparsa del movimento dei Gilets Jaunes (gillet gialli), la Francia è tuttora attraversata dalla vitalità di questa lotta che per composizione, contenuti, modalità organizzative e convocatorie rappresenta un’esperienza unica di conflittualità sociale.

https://onestlagiletgialli.home.blog/

L’esercito turco e gli addestramenti nella scuola di Vicenza

Riot Control training in Turchia
Riot Control training in Turchia

Il 9 ottobre è iniziata l’operazione “Sorgente di pace”, scatenata dalla Turchia di Erdogan nel Nord-est della Siria, il cui intento è spezzare la Resistenza curda.

In Siria è in corso una guerra in cui le potenze internazionali si contendono la spartizione di petrolio e materie prime. Continue reading “L’esercito turco e gli addestramenti nella scuola di Vicenza”

BENEFIT-PARTY PRO INDOMITI

SABATO 21 SETTEMBRE

Benefit-party a sostegno dei nostri indomiti.

Birrette, vinello, liquori e prelibatezze vegan, benefit.

Dal tramonto all’alba con

– I.GOT.I

– ZONA D’OMBRA

– ANGOSSA

– WILD SHEEP

– GUFONERO

– NO CHAPPI? BOURGEOIS!

– INEDYA

– DECRYPTERZ

TAV: UNA QUESTIONE POLITICA

A inizio luglio il Ministero delle infrastrutture e dei Trasporti (Mit) ha finalmente pubblicato l’analisi costi-benefici per la tratta dell’Alta Velocità lombardo-veneta che interessa anche il territorio vicentino.

Nonostante il risultato dell’analisi, che prevede un investimento in perdita di ben 2,384 miliardi, il ministro Danilo Toninelli, assieme a Zaia, Rucco e ai vertici di Confindustria, si ostina a ripetere il mantra che il progetto è strategico e che comunque accantonarlo costerebbe più di realizzarlo.

Stiamo parlando di una tratta, quella della Brescia-Padova, del costo di 8,5 miliardi di euro, i cui appalti sono stati concessi SENZA ALCUNA GARA D’APPALTO nel 1991 ai consorzi IRICAV DUE e CEPAV DUE.
Tralasciando che ai tempi delle generose concessioni si era ancora nella fase deteriore della cosiddetta “Prima Repubblica”, quella del “Sistema Tangentopoli”, semplicemente non esiste, nè è in alcun modo previsto da alcuna normativa (Com’è anche più volte riportato in diversi documenti approvativi del lotto AV Verona-Bivio Vicenza) che si debbano pagare penali per la rescissione dei contratti in essere con i concessionari.
Se quelle concessioni, vecchie di 30 anni, sono tutt’oggi vigenti, lo si deve solamente al fatto che vi è stata, in tutto questo tempo, la precisa volontà politica da parte dei governi che si sono avvicendati alla guida del paese, di mantenerle in vigore. Anzi, a suo tempo i contratti con i concessionari furono difesi a spada tratta dal governo Berlusconi II quando il 30/03/2004 la comunità Europea aprì una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia per non aver emesso alcuna gara d’appalto per le concessioni plurimiliardarie del sistema Alta Velocità, contravvenendo alla normativa comunitaria.
In ultima analisi, l’unica utilità di tutto il Sistema dell’Alta Velocità ferroviaria è quella di rimpinguare le casse di padroni e padroncini rastrellando risorse ai ceti popolari!
Non dimentichiamo che l’attuale governo ha in programma di tagliare 4 miliardi alla scuola pubblica, che da luglio 2019, a causa della legge regionale 39-2017, sono raddoppiati in Veneto gli affitti per gli alloggi popolari, che le tariffe del trasporto ferroviario regionale sono in costante aumento così come procede senza significative battute d’arresto la privatizzazione del sistema sanitario…

Dal canto nostro non abbiamo dubbi su quali siano le reali priorità nostre e del nostro territorio, per questo ci opporremo senza sconti a questa ennesima rapina.
NO TAV!!